
Figli vostri
Lorenzo Rossi
(2024)
Agenzia X
Lorenzo Rossi è un giovane autore italiano che con la sua scrittura riesce ad andare oltre la nazionalità. Un romanzo distopico come questo non ha bisogno di essere ambientato in un luogo e in un momento precisi, contrariamente a quanto gli editori sembrano aspettarsi dagli autori italiani di fiction.
Quello che ho apprezzato di più di questa sua opera prima non è tanto la cifra politica, quanto la poetica con cui ha animato i personaggi. Il protagonista Uno, la cui storia è narrata in prima persona, e gli altri personaggi sono accomunati dal loro andare alla deriva, vivendo l’età adulta nel più completo disincanto.
“È così che vivo, trasportato da cose in cui ho smesso di credere senza niente con cui sostituirle”.
Uno lavora come giornalista di cronaca. È il tipico ragazzo di periferia, umile, annoiato e disilluso, che ha fatto della periferia uno state of mind. Condivide l’appartamento con Bianco, amico di vecchia data che, come lui, si trascina a fatica nella quotidianità e che ha perso interesse per tutto. Le giornate si susseguono senza soluzione di continuità, senza picchi di significato. Bagliori di senso si accendono nelle situazioni più impreviste, come quando a Uno capita di andare a casa della signora De Angelis, pittrice, perché la caporedattrice del suo giornale gli ha commissionato un’intervista alla donna in quanto vittima di furto. Due anni prima la signora De Angelis aveva perso una figlia, suicidatasi alla vigilia della laurea, fatto a proposito del quale lo stesso Uno aveva scritto un articolo. Tutto il romanzo si regge su una serie di sliding doors come questa, che portano i personaggi a sbattersi contro, quindi a conoscersi e ad accompagnarsi per un breve tratto di storia.
Un flusso di solitudine
Il ritmo della narrazione è un flusso che segue il mellifluo abbandono a cui si lasciano andare tutti. Un abbandono che è sintomatico della profonda solitudine che tutti vivono. È un costante cercarsi e perdersi in cui la felicità non è contemplata. Persino la solidarietà è costruita, un artificio di precaria efficacia. Uno, che ancora non si è ripreso dalla perdita del padre – morto di tumore pleurico causato da inquinanti quando lui aveva undici anni – e dell’amico Palmo – vittima di un incidente stradale mentre frequentava l’ultimo anno di liceo – vede tutte le persone care che ha intorno allontanarsi. Ma neanche per un momento pensa di essere lui la causa del loro abbandono. Se c’è una certezza, questa è la solitudine.
Unica presenza costante accanto a Uno è la figura di Cioran, un uomo anziano e scheletrico che rappresenta la sua cattiva coscienza, il diavoletto che gli parla a tu per tu mettendo in crisi le sue già instabili convinzioni. “Cioran non è uno spavento, non è un’illusione”. Uno non ne è turbato, anzi, in alcuni momenti lo cerca per trovare conforto in un immaginario dialogo con lui.
“Cioran c’è sempre stato per chi non ha avuto il giusto numero di pacche sulle spalle o le parole di conforto quando servivano […] Un giorno l’ho semplicemente visto, ai piedi del letto, era vicino a me e non se n’è più andato”.
Anna, la ragazza di cui Uno si innamora, è il personaggio più poetico e riuscito del romanzo. Una presenza evanescente, di cui non posso scrivere perché la sua storia e la sua identità non appartengono tanto a lei in quanto individuo quanto alle vicende degli altri personaggi. Al loro primo incontro Anna chiede a Uno di che cosa abbia paura:
“Di accorgermi di aver vissuto per altri anche se guardato da nessuno”.
Nella disperata richiesta d’aiuto avanzata da lei Uno trova, paradossalmente, la salvezza per sé stesso. Non ci sono eroi, solo vinti. Un velo di malinconia copre tutti, rendendone i passi stanchi, pesanti. Ritorna spesso la figura di Prometeo, e alla fine del libro il lettore si chiede se, come l’eroe mitico, anche il protagonista non sia davvero in grado di dominare il fuoco.
La presa di coscienza politica
La coscienza politica di Uno prende forma e divampa quasi all’improvviso, come una transizione di fase, un’epifania. Viene cooptato, quasi a sua insaputa, in un movimento anarchico che sta progettando una serie di attentati agli epicentri del capitale civilizzato: banche, catene di moda, centri commerciali, ristoranti, distributori di benzina, farmacie. I membri del movimento lo iniziano a una visione della vita che già gli appartiene, ma di cui non era pienamente consapevole.
“Se fisso il cielo abbastanza a lungo allora mi sembra di poter arrivare ovunque. Se torno abbastanza indietro so che sono sempre io che […] ho bombardato aree abitate, anche ospedali, […] ho stuprato le donne e derubato dell’innocenza i bambini, […] ho creato le razze per giustificare la mia violenza e in tutto questo non ho provato la minima vergogna”.
Franco, Rita e Alì svegliano Uno dal suo sonno qualunquista, spogliandolo anche degli ultimi residui di moralità borghese, mettendolo di fronte al fatto di essere, come individuo, l’ultimo anello della catena di una serie infinita di violenze. È questo anche il senso del titolo, al tempo stesso consolatorio e disturbante: la rivendicazione di un’identità comune a una generazione e una presa di distanza dalle azioni dei padri. Non siamo i soli responsabili per ciò che ci sta accadendo; d’altra parte siamo liberi di sbarazzarci di questa scomoda eredità.
“Se in questo mondo non posso essere buono e forte almeno voglio essere libero. Libero di odiare, libero dalla convinzione di essere importante”.
Un’equa rottura dell’illusione
Il protagonista comprende, a poco a poco, lo scopo delle azioni terroristiche del movimento di cui è diventato parte: “un’equa rottura dell’illusione, una distribuzione di dolore uguale per ognuno di noi”.