
Il corvo che s’innamorò di me
Abdelaziz Baraka Sakin
(2026)
Emuse
Il sentiero delle formiche (ant trail), nome informale per definire una delle principali e più pericolose rotte seguite dai migranti provenienti dall’Africa subsahariana verso l’Europa, e la giungla di Calais, grande accampamento di migranti e rifugiati sorto nel nord della Francia vicino al tunnel sotto la Manica, sono le ambientazioni principali del romanzo di Abdelaziz Baraka Sakin. I luoghi più schifati dall’opinione pubblica occidentale, descritti come abomini, ricettacoli di disagio sociale e delinquenza e perciò oggetto di violenza sistematica da parte delle istituzioni, nel racconto dell’autore sudanese diventano crocevia di umanità, offrendo occasioni di riscatto individuale e collettivo, persino di innamoramento, ai protagonisti. Basterebbe questo per rendere questo libro degno di essere menzionato in una lista di volumi da far leggere nelle scuole. Ma alle istituzioni e, ahimè, a buona parte dei docenti, non passa neanche per la testa.
Non è facile parlare di migrazione irregolare (irregolarizzata) senza brutalizzarla o, all’opposto, edulcorarla. L’autore è riuscito a trovare nella scrittura un equilibrio, mettendosi alla giusta distanza dai suoi ricordi personali.
Il racconto prende avvio dall’incontro alla stazione di Graz tra il protagonista Nur e il suo amico Adam Inghilterra, soprannominato così per via del suo sogno di diventare professore di linguistica ad Oxford dopo la laurea conseguita all’università di Khartum. I due si erano persi di vista da due anni e Adam, a causa della sua malattia, non riconosce l’amico:
“Ti ho visto in sogno, te l’ho detto. I miei sogni sono sempre reali”.
Erano arrivati insieme da Khartum, avendo condiviso un doloroso viaggio a piedi, tra mille peripezie, rischiando più volte di essere arrestati e rispediti al punto di partenza. Nur non è il solo personaggio a narrare. La storia di Adam diventa romanzo corale raccogliendo le testimonianze di altri che lo avevano conosciuto e aiutato, tenendo un ritmo serrato tra flashback, dialoghi criptici, lettere d’amore.
Un lessico familiare
Ricorrenti sono i riferimenti a degli inside joke, delle parole in codice che la comunità dei migranti condivide durante e al termine del viaggio. Una sorta di lessico familiare degli immigrati. Una di queste è la parola “missile”, che si usa per i “migranti appena arrivati in Europa che non avevano ancora né residenza, né alloggio, né indirizzo fisso”. Proprio come i missili:
“[…] erano partiti da una base da cui si erano staccati verso una destinazione agognata, in un viaggio senza ritorno, alla fine del quale sarebbero esplosi”.
L’infermità mentale è spesso una conseguenza di chi ha dovuto affrontare l’abbandono forzato della propria terra, l’indebitamento, la perdita delle persone care e, infine, l’ostilità e il rigetto degli abitanti della terra di approdo, nonostante il loro benessere generalizzato.
“Akala” letteralmente significa “ha mangiato” ed esprime, in senso metaforico, proprio lo stato di follia cui i migranti sudanesi sono esposti dopo il loro arrivo in Europa, dovendo subire continue violenze e privazioni e sopportare una precarietà spesso senza via d’uscita. Un mangiare che è più che altro un inghiottire, un mandare giù il boccone amaro rischiando di soffocare. L’umanissimo, poetico messaggio che l’autore nasconde fra le pieghe di questo libro è che quanto più una persona soffre, quanto più diventa capace di comprendere e aiutare gli altri. A meno che non sia una macchina (di uomini-macchine ormai è pieno il pianeta), e allora la sua definizione di “persona” è da mettere in discussione fin dall’inizio.
La follia di Adam è, in realtà, una sensibilità estrema, eccessiva per questo mondo incapace di soffermarsi, abituato ormai solo a scrollare ossessivamente, a passare al problema successivo. Si riempiono vuoti, senza dotarli di vero significato, per il puro gusto di tappare i buchi.
La cultura come sopravvivenza
La storia di Adam Inghilterra ha messo in luce un altro aspetto estremamente significativo di cui non si parla mai. Il fatto che avere una cultura, avere studiato, non releghi la persona al di fuori del contesto sociale in cui vive. La cultura, quella umanistica, oggi non è più un astratto privilegio, ma spesso una forma di sopravvivenza, una necessità esistenziale. Chi se la costruisce, lo fa a prezzo di grandi sacrifici, enormi dispendi di energie fisiche e mentali, spesso con la disapprovazione degli altri.
Adam ama talmente tanto la letteratura inglese da esiliarvisi dentro, non trovando nel mondo reale un corrispettivo dell’amore che aveva trovato leggendo i libri. Ama i corvi visceralmente perché gli ricordano il poema di Edgar Allan Poe a loro dedicato: ha trasformato il sogno nella sua seconda realtà come i corvi che…
“[…] hanno la facoltà di vivere in entrambi i mondi e di passare facilmente dall’uno all’altro quando vogliono”.
Una sensibilità rara
Esistono ancora tra di noi dei letterati con “grandi occhi buoni” come quelli di Adam Saad Sadan?