Copertina Supersaurio

Supersaurio

La letteratura è ancora viva, i libri non hanno smesso di respirare, nonostante tutto. Supersaurio di Meryem El Mehdati, autrice classe ’91, marocchina di origine, spagnola di Puerto Rico de Gran Canaria (da non confondere con la Puerto Rico caraibica, come la citazione in esergo di una canzone di Bad Bunny dà simpaticamente ad intendere) di adozione, mi ha fatto tirare un gran sospiro di sollievo.

Questa talentuosa giovane autrice ha scritto un’autofiction satirica sulla propria esperienza lavorativa di tre anni come dipendente del reparto commerciale di Supersaurio, la fantasiosa catena di supermercati più importante delle Canarie. In questa sorta di diario personale del suo alias, Meryem racconta, senza fare sconti a nessuno – né a sé stessa né agli altri – come ha imparato a vivere, o meglio, a sopravvivere, ritagliando brandelli di vita sempre più piccoli ma via via più importanti da un ambiente di morte come è quello del lavoro operaio.


Il ritratto di una generazione a metà

La protagonista è nata, come l’autrice, negli anni ’90. Anni difficili, di transizione, che hanno permesso a una generazione come la mia di passare poco felicemente, e troppo velocemente, dal ribellismo al nichilismo. Ci siamo resi conto sin da piccoli, con anticipo rispetto ai nostri genitori, che qualcosa non andava, ma non abbiamo fatto in tempo a gridare che ci hanno cucito le bocche, mandandoci in mille pezzi.

Noi che eravamo cresciuti con un minimo di senso della collettività reale, prima che ci costringessero a costruircene una virtuale. Siamo rimasti degli esseri a metà, portatori di un seme di rivoluzione soffocato sottoterra.

Meryem, come lei stessa ammette, aveva fatto tutto quello che doveva fare, e l’aveva fatto bene. Dopo aver trascorso l’intera adolescenza su internet, una pioniera dei social, aprendo profili falsi per darsi una seconda vita, aveva scoperto proprio sui social di saper scrivere, ottenendo il riconoscimento di una nicchia di fan che non avevano mai saputo chi lei fosse nella realtà.

Conseguita una laurea in interpretariato e traduzione che non l’aveva portata al successo in nessun campo, sente di far parte della “generazione più preparata della storia, peggio pagata della storia, più ipercaffeinata della storia, più insicura, depressa e complessata della storia”. Quando viene assunta alla Supersaurio come stagista, capisce che la sua vita è finita. Si ritrova a fantasticare sulla sua morte per passare il tempo, pensandola come un luogo felice in cui ritirarsi.


La trincea del lavoro

A poco a poco Meryem impara ad affrontare le giornate di lavoro come andasse in trincea a combattere, affinando il suo cinismo. È costretta a “fingere senza sosta”, scansando l’atteggiamento passivo-aggressivo dei colleghi, rimanendo in disparte e imparando ad osservare anche sé stessa dall’esterno.

Questo trascinarsi da una giornata all’altra dalla casa all’ufficio come un automa causa in Meryem una stanchezza che non è visibile, che gli altri ridicolizzano, ma che equivale alla sensazione di sentire “tutto il peso dell’universo affondare le sue grinfie nella carne”.

Si spaventa quando, da un certo punto in poi, arriva a pensare a sé stessa come se fosse un’azienda. La metamorfosi è avvenuta: “sentiti in colpa se non sfrutti tutto il tempo, non dedicare neanche un minuto della tua vita a non fare niente”.

Solo al lettore Meryem svela di “odiare svariati suoi prossimi”. Ma non può dirlo, perché verrebbe derisa o, peggio, ignorata. Non può essere pubblicamente triste, impegnandosi, confessa, a “pigiare tutto quello che non quadrava in mucchietti compatti che ho livellato, nascosto e accumulato dentro di me”. Deve sorridere automaticamente, ma dentro si sente di plastica. Il fatto che nessuno smascheri la sua impostura, la fa stare ancora più male.

L’estasi dell’indignazione

Il cambiamento, la rivoluzione in lei avviene nel momento in cui capisce che anche l’odio, come l’amore, può tirare fuori il meglio di noi. Quando impari a controllare la tua indignazione “tutti i tuoi sensi vibrano, il tuo talento per i dettagli si acuisce, le emozioni fluiscono, è un’estasi”.

Ho trovato la voce della mia generazione, i millennial, come ci chiamano adesso. Meryem El Mehdati è la prima scrittrice europea che conosco che sia stata in grado di ammettere che noi, a differenza di chi ci ha messo al mondo, siamo già andati e tornati dalla guerra in svariate occasioni. Che, ormai, nulla può toccarci, nulla mandarci al tappeto.

Come Meryem siamo in tanti, ma soprattutto in tante, a non sopportare più “che ad alcuni sia toccato sopportare e resistere mentre ad altri passarci sopra come se fossero bulldozer”. Siamo ancora troppo pochi, troppo poche, però, a dire la verità senza paura di farla andare di traverso a qualcuno.